INTRODUZIONE E OBIETTIVI

La ceramica rappresenta un documento fondamentale per la ricerca archeologica e dal secolo scorso la sua importanza nella ricostruzione delle dinamiche socio-economiche e storiche del mondo antico ha cominciato ad essere maggiormente riconosciuta. Considerata come marker culturale e cronologico, essa è divenuta oggetto di numerose ricerche specialistiche e indagini pluridisciplinari. L’indistruttibilità dei materiali ceramici fa di essi, infatti, una delle poche testimonianze tangibili della realtà produttiva e commerciale del mondo antico. Della vita economica di epoca romana naturalmente la ceramica non avrà coperto che un ridotto settore, ma di tutte le altre merci che dovettero essere oggetto degli scambi nel Mediterraneo antico, quasi nulla è giunto fino a noi a causa della loro deperibilità: basti pensare a tessuti, pelli, spezie, coloranti, profumi, legno, beni alimentari. Le possibilità concrete di giungere ad una ricostruzione economica a partire dallo studio dei materiali ceramici è stata, perciò, oggetto di riflessione da parte di autorevoli studiosi come J.-P. Morel e C. Panella (MOREL 1983; PANELLA 1993; BONIFAY 2004; ARTHUR 2007; BOWMAN – WILSON 2007; TCHERNIA 2011; RIZZO 2016). Nell’Italia romana la produzione ceramica è stata definita un naturale complemento all’agricoltura, una connessione che è data certamente dalla presenza delle officine sul fondo (per sfruttare le cave di argilla), ma che non è solo e non è tanto topografica, quanto funzionale e commerciale, nel senso che la produzione di manufatti era a servizio della produzione agricola del fondo (ad esempio per la conservazione, il trasporto e la vendita di quanto coltivato), senza escludere che parte di quanto realizzato nelle stesse officine potesse essere venduto anche autonomamente (MOREL 1976; ARTHUR 1987; LEITCH 2011). Con la crescita dell’impero romano e soprattutto con la sua espansione commerciale, l’attività artigianale si staccò dal fondo; cominciò a svolgersi per così dire parallela a quella agricola, ma non del tutto svincolata da essa. Il vasellame da mensa e quello di uso comune viaggiavano come merce di accompagno sulle navi onerariae che trasportavano da un porto all’altro del Mediterraneo le derrate alimentari, fondamentali al sostentamento di Roma stessa (ROUGÉ 1966; CARANDINI 1983; MOREL 1983; PANELLA 1985; TCHERNIA 2011; BONIFAY 2017). Questa modalità di trasporto, che riduceva sensibilmente i costi di trasferimento, ha costituito certamente la chiave del successo di tante produzioni ceramiche la cui massiccia diffusione dimostra chiaramente come esse divennero concorrenziali rispetto alle produzioni locali e spesso a queste ultime preferibili.

Accanto al vasellame da mensa e da cucina, un ruolo ancor più significativo nella ricostruzione delle dinamiche economiche e commerciali è rivestito dai contenitori utilizzati per il commercio di beni primari come olio, vino, salsamenta e garum, olive, frutti, spezie e granaglie: le anfore. Lo studio delle anfore (favorito enormemente anche dall’archeologia subacquea, PARKER 1992) fornisce informazioni preziose in merito alle rotte commerciali e ai beni alimentari trasportati. In particolare da decenni gli studiosi hanno dedicato attenzione alla produzione e alla circolazione del vino, proprio avendo come punto di riferimento le anfore vinarie  (fondamentale TCHERNIA 1986), e il vino è stato, anche di recente, al centro di una riflessione dalla forte connotazione multidisciplinare (LAWINE 2020, cui hanno partecipato anche i componenti di questo gruppo).

Nonostante la grande quantità di resti, sull’organizzazione produttiva e commerciale del vasellame e dei contenitori da trasporto rimangono molti dubbi. Questo tipo di manufatti non ha, infatti, una precisa connotazione dal punto di vista giuridico, o forse non ha peculiarità (come hanno invece altre res) tali da giustificare l’interesse dei giuristi romani (che invece si soffermano su altre questioni, come l’estrazione del materiale per la produzione del vasellame). Inoltre nella gestione della produzione artigianale non esisteva un modello unico: accanto al contratto di locazione, sicuramente e ampiamente attestato con diverse forme (locatio-conductio reilocatio-conductio operislocatio conductio operarum) (FIORI 1999), ci saranno stati casi di maggiore coinvolgimento del dominus nell’esercizio dell’attività artigianale, ad esempio attraverso la praepositio di sottoposti (CERAMI-PETRUCCI 2010). Questo spiega la difficoltà per lo storico del diritto antico di ricostruire l’organizzazione del lavoro e al contempo la necessità di confrontarsi con fonti non di tradizione manoscritta, la cui corretta interpretazione può trarre indubbiamente vantaggio da un confronto tra diversi specialisti.

Informazioni sulla produzione e sulla commercializzazione delle anfore possono, ad esempio, essere desunte dall’analisi del corredo epigrafico che le accompagna, i tituli picti e i bolli. Il sistema di bollatura che interessa non solo le anfore e i materiali edilizi, ma anche dolia, vasellame fine ed alcune produzioni d’uso comune, costituisce infatti un argomento estremamente interessante anche ai fini dello studio degli aspetti giuridici delle produzioni fittili in età romana. I bolli sono stati di volta in volta interpretati come un’indicazione di proprietà, di qualità del prodotto oppure come il segno di un sistema di controllo interno alla produzione. Spunti importanti possono venire dal confronto con i bolli laterizi, particolarmente studiati soprattutto dalla scuola finlandese (BRUUN 2005). Grande interesse ha destato la proposta di M. Steinby che ha interpretato i bolli doliari di II secolo d.C. come forme sintetiche di un contratto di locatio operis (STEINBY 1981 e 1993), dunque veri e propri documenti sui rapporti tra i diversi personaggi coinvolti nelle attività delle figlinae. Va sottolineato, al riguardo, che l’interpretazione giuridica di questi dati non ha ricevuto grande attenzione da parte degli storici del diritto romano. La dottrina romanistica, invece, si è dedicata, con interessanti risultati, al ruolo svolto nell’attività negoziale da alcune categorie sociali, quali liberti e schiavi (DI PORTO 1984 a e b), ampiamente coinvolti nella produzione artigianale e nel commercio.

Uno dei principali nodi all’interno della complessa rete di rapporti commerciali in età romana furono certamente i Campi Flegrei, gravitanti intorno al porto di Puteoli. Fin dall’inizio del II secolo a.C. Puteoli conobbe un rapidissimo sviluppo economico, dovuto al ruolo di porto commerciale attrezzato più prossimo a Roma, megalopoli e ‘capitale’, cui era destinato non solo il grano proveniente da varie regioni del Mediterraneo, ma anche prodotti di ogni genere, in parte utilizzati in loco. Da quest’epoca, molti cittadini romani abbienti iniziarono ad acquistare in Campania proprietà terriere, destinate principalmente alla coltivazione di vite ed olivo. Il territorio della Campania era sfruttato, nella maggior parte delle aree coltivabili, per la produzione di grano, mentre in aree particolari si aveva un’importante produzione di vini, come il Falernum. Per questi due tipi di attività agricola specializzata, destinata al mercato, furono impiegati, nelle villae rusticae (di dimensioni variabili), grandi masse di schiavi. In taluni contesti (ad es. il territorio di Capua) l’alta densità abitativa permetteva, inoltre, di sfruttare anche forme alternative di lavoro, come quello degli affittuari e dei piccoli proprietari. Chiuso il periodo delle guerre civili, l’abbondante afflusso cerealicolo trasmarino consentì di concentrare l’attività di tale manodopera per la più remunerativa viticoltura.

L’avanzamento degli studi ha consentito di riconoscere per l’area flegrea un ruolo di produttrice ed esportatrice di merci, oltre che di importatrice di beni dai territori provinciali (FREDERIKSEN 1981; CAMODECA 1992). A testimoniare questo duplice ruolo sono proprio i dati offerti dallo studio dei manufatti ceramici. Il rinvenimento di produzioni flegree in diverse aree dell’impero attesta la loro ampia diffusione. In quest’ambito Cuma costituisce un sito di grande interesse per gli studi ceramologici a causa della significativa diffusione delle sue produzioni. Questa città fu il centro di produzione della ceramica a vernice rossa interna, le cumanae testae più volte richiamate nelle fonti antiche (PUCCI 1975), le cui caratteristiche tecniche furono forse la ragione di un massiccio fenomeno di esportazione in tutto il Mediterraneo antico. La localizzazione nel sito degli ateliers di questa ed altre produzioni da fuoco è stata confermata dal rinvenimento di numerosi scarti in diversi settori della città bassa (CHIOSI 1996; DE BONIS et alii 2009). La ricerca intende partire proprio dallo studio dell’ingente materiale ceramico rinvenuto a Cuma, eletto a sito campione di indagine, per ricostruire la struttura dei processi produttivi e commerciali del luogo e mettere in luce il ruolo economico svolto dalla città nell’interazione con gli altri centri di produzione attivi nella regione e nel Mediterraneo.